
Arrivo a Torino il martedì sera, quando il percorso è già cominciato. Entro in mensa e trovo il gruppo riunito: tanti volti nuovi che mi salutano incuriositi. Fra loro c’è fra Daniele, con capelli e occhiali in stile Beatles. Durante la nostra conversazione a cena mi chiede: «Ma tu Bob Dylan lo insegni a scuola, visto che sei docente di musica?». Rispondo di no, ma aggiungo che potrei farlo. Lui cita allora un vecchio titolo dedicato all’influenza di Dylan sui Beatles: «Dylan shows the way». Anche quella frase, senza che io possa ancora saperlo, parla di una strada da seguire. Quella stessa sera, nonostante la stanchezza, raggiungo a piedi il Sermig insieme a Matteo, conosciuto durante il corso «Io come Giona» dei frati di Monza. Non so nulla dell’Arsenale della Pace, ma all’ingresso mi accoglie una grande scritta: «Forse non si desiderava tanto essere amati quanto essere capiti». Sono nel posto giusto.
Le giornate iniziano con le Lodi, la Messa e la colazione. Segue un momento di confronto: ciascuno può raccontare come sta e che cosa il servizio del giorno precedente ha suscitato dentro di lui. Poi ascoltiamo il Vangelo e il commento di fra Daniele o di fra Alessandro. Soltanto dopo arriva il momento di rimboccarsi le maniche. Siamo circa quindici partecipanti, affiancati da una decina di frati; cinque sono venuti appositamente da Assisi. Durante le mattine veniamo distribuiti tra mensa, cucina e centro di ascolto.
In mensa prepariamo e serviamo ai tavoli per circa novanta persone, mentre altre persone attendono fuori una busta con il pranzo da portare via. Prima della distribuzione preghiamo insieme; poi comincia il servizio: portare i piatti, rispondere alle richieste e pulire. Sembrano azioni semplici e ripetitive. In realtà, tra un piatto e l’altro, si aprono piccoli spazi d’incontro. Alcune persone ci chiedono chi siamo, da dove veniamo, se resteremo anche nei giorni successivi. Spiragli di luce.
Nel centro di ascolto comprendo, invece, quanto una difficoltà apparentemente banale possa trasformarsi in un muro. Un ragazzo ha perso i documenti e deve procurarsi un certificato di nascita. Gli hanno rubato il cellulare insieme alla scheda associata allo SPID; non ricorda le credenziali e non riesce ad accedere ai servizi dell’Anagrafe nazionale online. L’altro fra Daniele, vedendomi abbastanza pratico, mi chiede: «Perché non lo accompagni alle Poste e provi ad aiutarlo?». Sinceramente, non ne ho voglia. Ancora una volta, però, sento: «Vai».
Mercoledì andiamo ad Alba con fra Mauro. Entriamo nella casa di una coppia di pensionati che ha accolto una giovane famiglia afghana fuggita dal proprio Paese. Il padre non ha nemmeno trent’anni, ma ha già attraversato vicende e spostamenti difficili da raccontare. Grazie anche all’accompagnamento dei frati trova un lavoro, si sposa, mette al mondo un figlio dal sorriso luminosissimo. Siamo più di venti persone eppure non sembriamo un disturbo. Lucia ci accoglie con una gioia sorprendente e ci offre un dolce che forse non basterà per tutti ma lo divideremo come i pani e i pesci; infatti, ne avanzò qualche pezzetto.

Giovedì pomeriggio incontriamo don Luca Peyron, appassionato di astronomia. Nonostante sia un post-pranzo, riesce a tenermi incollato alla sedia, conducendoci dalle stelle fino alla nostra fragilità. Ricorda l’espressione di Isaia «vermiciattolo di Giacobbe» (Is 41,14): siamo piccoli, poveri, apparentemente insignificanti nell’immensità dell’universo. Eppure siamo chiamati e scelti. Per capire noi stessi dobbiamo alzare lo sguardo e accettare che ciò che consideriamo “nulla” possa diventare il punto dal quale vedere il meglio di noi. «Il povero non è colui che mi fa sentire meglio, ma colui che mi fa capire meglio»: non è uno strumento per rassicurarci sulla nostra bontà, ma qualcuno che ci aiuta a riconoscere il nostro bisogno degli altri, le paure e i limiti. Più tardi mangiamo un gelato con Seydou, giovane del Burkina Faso accolto dai frati e in attesa di iniziare a lavorare. Il suo nome, generalmente ricondotto a “felice”, “fortunato” o “benedetto”, sembra accordarsi con i suoi sorrisi. Le parole non sono sempre facili da comprendere, i sorrisi sì. Seydou non è «uno dei poveri» contrapposto a «noi volontari»: è uno dei nostri compagni di viaggio.
Venerdì il Frassatour ci conduce nei luoghi torinesi legati alla vita di Pier Giorgio Frassati. Scopriamo non soltanto il giovane dalla fede profonda e dal grande impegno verso chi è in difficoltà, ma anche un ragazzo pieno di vita, capace di scherzare, studiare, costruire amicizie e interrogarsi sulla propria vocazione. Durante il cammino ci dividiamo in gruppi di due o tre e ci raccontiamo: chi siamo, che cosa facciamo, come viviamo la fede e perché siamo arrivati a Torino.
La sera, durante la restituzione, fra Alessandro domanda: «Qual è la parola che ti porti via?». La mia risposta è: «Vai».
È l’invito a servire, ascoltare, parlare di me e lasciarmi incontrare. In questa settimana mi metto a disposizione e mi sporco le mani. Mi sento apprezzato per ciò che faccio, libero di esprimermi e accolto per ciò che sono. Arrivo per incontrare i poveri e riparto riconoscendomi anch’io povero. Non nello stesso modo di chi non ha un posto in cui dormire, un documento o un lavoro, ma perché ho bisogno di essere ascoltato, accompagnato, incoraggiato e amato. Forse è questa la sapienza di un povero: comprendere che nessuno salva l’altro dall’alto. Possiamo soltanto camminare gli uni accanto agli altri, condividere ciò che abbiamo e ciò che siamo, accettando di donare ma anche di ricevere. La settimana finisce, ma quella parola continua a interrogarmi. Vai. Sporcati le mani. Lasciati incontrare. E permetti all’altro di mostrarti una parte di te che ancora non conosci.
Davide Montella
Essere a Torino questa settimana è stato per me tornare ad accorgermi di come il nostro poco, unito a quello di un altro, possa creare pienezza e vita.
Questa riflessione si lega profondamente alla visita al Sermig, una fucina creativa che accoglie chi è nel bisogno, crea dialogo e genera bellezza. Mi colpisce ancora come questo luogo, dove prima si fabbricavano armi, sia stato trasformato in un arsenale di pace, capace di disarmare i cuori e costruire speranza.
Nei vari giorni trascorsi nella mensa dei poveri e al centro di ascolto con fra Daniele, porto con me volti, nomi, storie e le mani di persone che ero lì per servire, per poi rendermi conto che sono state loro a servire me con i loro ripetuti “come stai?”. Dai più poveri mi sono sentita vista nella verità di ciò che ero, anche quando ero stanca o gentile più del necessario.
L’insegnamento più grande è dar valore a ogni piccola cosa un passo, una debolezza custodendo tutto per non farlo cadere nell’indifferenza.
Irene
