Quando a marzo è arrivata la chiamata di fr. Mauro, guardiano di San Damiano ad Assisi, che mi chiedeva la disponibilità per predicare il Triduo di Santa Chiara, ho vissuto un’esperienza paradossale: da una parte mi sono sentito lusingato, dall’altra ho provato timore. «E ora cosa racconto ai frati, ai novizi, alla gente?», mi sono chiesto.
Qualche giorno dopo ho condiviso questa domanda con un’amica clarissa, che mi ha risposto: «Non fare la stupidata di raccontare qualcosa che non vivi anche tu!». Da lì è iniziato un tempo di riflessione, meditazione e preghiera. Mi sono chiesto allora quale fosse il paradosso più grande, se non il Vangelo, e in che modo Chiara lo avesse incarnato nella propria vita.
Forse, mi sono detto, proprio attraverso il modo paradossale di vivere i tre voti. E forse da lei posso imparare qualcosa anch’io.
Le tre serate del Triduo si sono così sviluppate attorno alla figura di Chiara, inferma nel corpo ma con il cuore sempre in movimento, riletta attraverso le Lettere ad Agnese.
Chiara ricca, perché povera di potere: rinunciando a un potere oppressivo e scegliendo il servizio alle sorelle, ha raccontato lo stile di Dio che nell’incarnazione si abbassa e cammina allo stesso passo delle sue creature.
Chiara innamorata, perché radicale nella castità per Cristo: radicandosi nel rapporto con il Cristo povero, ha scoperto chi era davvero e a chi apparteneva. Da questo rapporto ha ricevuto un’identità profonda e libera.
Chiara disobbediente, perché in ascolto della vita: non disobbediente alla Chiesa, ma a tutto ciò che rischiava di allontanarla dalla scelta di essere povera con Cristo, per Cristo, in Cristo e come Cristo. Al centro rimane sempre Lui, punto di riferimento del suo pensare, pregare e agire.
Sono stati giorni colmi di gratitudine: per l’occasione ricevuta, per i momenti di preghiera vissuti nel Dormitorio di Chiara e nel Giardino del Cantico, per una fraternità che mi ha accolto facendomi sentire a casa e per la possibilità di superare alcune precomprensioni che portavo dentro.
Continuo a pensare che ci voglia davvero orecchio per ascoltare un’esperienza così. E il suo senso più bello è arrivato l’ultima sera, con un regalo inatteso: non i complimenti, né la bustina ricevuta, ma i tre chili di gelato portati da una signora «per ringraziare delle tre serate».
Ci vuole orecchio, sì. Ma anche bocca: non solo per parlare, ma per sedersi attorno a un tavolo e condividere un pasto. Alla scuola del Nazareno. Paradossale!