Ci sono momenti della vita che, quando li si ripercorre, fanno riaffiorare volti, luoghi, domande e incontri. Per me uno di questi è certamente il 2016. La nostra Fraternità si preparava alla nascita della nuova Provincia del Nord Italia e io, nello stesso tempo, mi preparavo a ricevere il dono del presbiterato, insieme a un caro amico d’infanzia che aveva scelto il cammino del seminario diocesano.

Ricordo anche una piccola agitazione: proprio nei giorni in cui mi vennero comunicate l’ammissione al presbiterato e la data dell’ordinazione, seppi di essere stato eletto capitolare. L’ordinazione sarebbe stata il giorno prima dell’inizio della seconda fase del Capitolo. Una preoccupazione durata poco, perché tutto lasciò presto spazio alla gratitudine.

Il 18 giugno 2016, nella Cattedrale di Trento, rimane per me una giornata indimenticabile. Due gesti soprattutto porto ancora dentro: l’imposizione delle mani del vescovo mons. Lauro Tisi, dei sacerdoti e dei confratelli incontrati nel mio cammino, e l’abbraccio del presbiterio. In quei gesti mi sono sentito accolto, accompagnato e incoraggiato.

A essi si sono unite alcune parole dell’omelia del vescovo che, in questi dieci anni, sono diventate quasi una bussola: rimanere sempre «apprendisti del Mistero», senza pretendere di diventarne esperti, lasciando che sia Cristo a prendere le misure della nostra vita e permettendo alle gioie, alle sofferenze e alle attese delle persone di interpellarci continuamente.

È da qui che provo a rileggere questi dieci anni.

I primi sei li ho vissuti a Barbarano Vicentino, nella fraternità di San Pancrazio. Alcuni confratelli più anziani, che chiamavo affettuosamente “nonni”, mi hanno custodito nei primi passi del ministero, offrendo ascolto e consiglio nei momenti di gioia, dubbio e fatica.

È stato soprattutto il tempo del servizio ai giovani nella Pastorale Giovanile Vocazionale. Con gli anni ho capito che questo servizio non consiste innanzitutto nell’organizzare molte attività, ma nello stare con loro: condividere il tempo, ascoltare, confessare, accompagnare spiritualmente e mettere a disposizione anche quella passione per la musica che porto con me fin dall’infanzia.

Altre esperienze hanno continuato a segnare il mio cammino. Il percorso delle Dieci Parole, che anni prima era stato consigliato anche a me durante un momento di crisi, è diventato un modo per annunciare agli altri il mistero di Cristo e della vita. La Marcia Francescana, così importante nella mia storia vocazionale, è stata vissuta questa volta mettendomi dalla parte di chi accompagna e ascolta. E poi gli studi per la licenza in Teologia spirituale, occasione per continuare a tenere aperta la porta del Mistero e che sto cercando di concludere con una tesi sulle Ammonizioni di Francesco.

Dopo sei anni, l’obbedienza mi ha portato dall’altra parte del Nord Italia, a Torino, nel convento di San Bernardino, come parroco in solido. Sono arrivato con un po’ di timore e con alcune fatiche degli anni precedenti ancora dentro di me, ma l’accoglienza della fraternità e la possibilità di continuare a stare in mezzo ai giovani mi hanno aiutato a entrare nella nuova realtà.

Poco alla volta sono nate o cresciute esperienze semplici e concrete: Friar, Pizza e Vangelo, momenti di preghiera pensati insieme, il coro universitario, la Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona, il Giubileo dei giovani a Roma e il pellegrinaggio ad Assisi. Occasioni diverse, ma tutte segnate dal desiderio di camminare con i giovani e per i giovani.

La vita parrocchiale, però, mi ha fatto incontrare tutte le stagioni dell’esistenza. Penso al cammino di una giovane catecumena che nella notte di Pasqua ha ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana; ai fidanzati che si preparano al loro “sì”; ai giovani adulti che, dopo anni, chiedono di riavvicinarsi alla fede attraverso la Confermazione; alle persone accompagnate nelle lacrime per la perdita di qualcuno che amano, cercando di annunciare loro che l’ultima parola sulla vita non è la morte, ma l’Amore.

E poi i bambini e gli adolescenti dell’Estate ragazzi, anche non cristiani, ai quali proviamo a raccontare qualcosa della fede lasciandoci aiutare da Ulisse, Frodo e la Compagnia dell’Anello o da Francesco d’Assisi. Anche i social, con tutti i loro limiti, sono diventati uno dei luoghi nei quali provare ad annunciare la Parola.

Dentro tutto questo non sono mancate le fatiche. Alcune non sono nate dal servizio parrocchiale, ma da dinamiche interne e personali e da ferite che portavo con me da tempo e che avevo affrontato solo parzialmente. Se oggi posso raccontare questi dieci anni con gratitudine non è perché mi senta perfetto o arrivato. Ho piuttosto sperimentato che il Signore non ha mai smesso di parlare, spesso nei piccoli gesti quotidiani e attraverso i volti concreti di confratelli, amici, familiari, parrocchiani e giovani che mi sono stati accanto.

E dentro questo grazie c’è certamente la mia famiglia: papà Oscar e mamma Roberta, sempre presenti nei diversi passi del cammino; mia sorella Letizia e suo marito Stefano, dei quali ho avuto la gioia di benedire l’unione e con i quali oggi condivido il dono dei miei tre nipoti; mio fratello Emmanuele, con le sue domande che continuano a provocarmi positivamente e a chiedermi di rendere ragione della fede ricevuta.

Dieci anni possono sembrare pochi, ma sono già una piccola pietra miliare. Guardando indietro, ringrazio il Signore per le cose belle e anche per quelle più faticose, perché entrambe mi hanno aiutato a comprendere che la vita, la vocazione di frate minore e il ministero presbiterale sono un continuo work in progress.

Continuo a scoprire che si tratta di non diventare esperti del Mistero, ma di lasciarsi ancora sorprendere da Lui; di imparare ad accogliere anche se stessi, dando un nome perfino alle parti meno amabili della propria vita; di tornare ogni giorno alla Parola e alla preghiera.

E forse, dopo dieci anni, continuo a ritrovare tutto in quei due gesti del giorno dell’ordinazione: delle mani posate sul capo e un abbraccio ricevuto. Il ricordo che non cammino da solo e che il Signore continua a raggiungermi attraverso una comunità viva, chiamandomi ancora una volta a spezzare e condividere la vita nel servizio agli altri.