Si parte con uno zaino sulle spalle. All’inizio sembra contenere soltanto il necessario per affrontare alcuni giorni di cammino, ma basta poco per accorgersi che dentro quello zaino c’è molto di più. Ci sono le nostre domande, le attese, le paure, le fatiche che ci portiamo dietro. E, passo dopo passo, tutto comincia a farsi sentire.

La Marcia Francescana è anche questo: un cammino fisico che, quasi senza accorgersene, apre la strada a un altro cammino, molto più profondo.

Ci si mette in viaggio portando dentro domande che magari nella vita di tutti i giorni non trovano spazio. «Ma io come sto? Cosa voglio veramente?». Domande semplici, ma che spesso rimangono sommerse sotto ciò che dobbiamo fare, sotto le aspettative degli altri e sotto l’immagine della persona che pensiamo di dover diventare.

Poi arriva una salita. La stanchezza aumenta, lo zaino sembra più pesante e può venire perfino voglia di fermarsi. Ed è proprio lì che qualcuno si avvicina e, senza tante parole, ti solleva per un tratto lo zaino. Un gesto piccolo, quasi insignificante, che però può diventare una risposta: non dobbiamo portare tutto da soli.

Camminando insieme impariamo che possiamo affidarci gli uni agli altri. Qualcuno sostiene il nostro peso e, poco dopo, scopriamo che anche noi possiamo fare lo stesso per chi cammina accanto. Forse uno dei primi doni della Marcia è proprio questo: accorgersi di non essere soli.

A poco a poco lo zaino diventa più leggero. Non perché scompaiano tutte le fatiche, ma perché cambiano le relazioni. Cominciano ad avere un nome i volti incontrati lungo la strada. Arrivano confidenze, risate, silenzi condivisi, sguardi che rimangono dentro. Persone che pochi giorni prima erano sconosciute diventano compagni di viaggio, fratelli e sorelle.

E qualcosa cambia anche nello sguardo su noi stessi.

Scopriamo che non dobbiamo necessariamente essere perfetti. Forse dobbiamo soltanto avere il coraggio di essere veramente noi stessi, accogliendo anche la nostra fragilità. Possiamo dire «sono stanco», possiamo avere bisogno degli altri, possiamo lasciarci aiutare. È una semplicità che ci rende più veri e che ci permette di riconoscere quell’amore che già attraversa la nostra vita e che, misteriosamente, non si esaurisce.

La Marcia, allora, assomiglia sempre più a un viaggio di ritorno. Un ritorno a casa, ma prima ancora un ritorno dentro noi stessi.

Non servono necessariamente esperienze straordinarie. Servono incontri veri. Serve partire da ciò che siamo e da ciò che portiamo dentro: anche dalle distanze, dalle ferite, da ciò che ci fa sentire lontani da Dio, dagli altri o perfino da noi stessi.

Camminare verso la Porziuncola e verso il Perdono significa allora lasciare che, un passo dopo l’altro, cambi anche il nostro sguardo. Scoprire nuovamente di essere figli amati e, proprio per questo, fratelli.

La strada aiuta a fare spazio. Vivendo con poco, ci si accorge che forse avevamo bisogno di molto meno di quanto pensassimo. Non sapere sempre cosa succederà dopo aiuta a rimanere dentro il presente. E dentro quel presente ritornano il respiro, il silenzio, la libertà di essere semplicemente ciò che siamo.

È forse questo uno dei doni più belli della Marcia: reincontrare quel respiro profondo che ci abita e riscoprire il desiderio di una vita piena che portiamo dentro.

E Dio comincia ad avere il volto concreto delle cose semplici: le montagne che accompagnano il cammino, una parola ascoltata al momento giusto, una canzone, un abbraccio, una risata, un pianto, la preghiera condivisa. Soprattutto, il volto dei compagni di viaggio.

È lì che qualcosa dentro si risveglia.

La vita francescana, nella sua essenzialità, mostra improvvisamente una ricchezza che forse non avevamo immaginato. Con meno cose, con più fatica e con qualche comodità in meno, ci si sente sorprendentemente vivi. Come se il rumore abituale si abbassasse abbastanza da permetterci finalmente di ascoltare la vita che ci scorre dentro.

Poi arriva Assisi. Si entra nella Porziuncola, ci si abbraccia, si festeggia. Potrebbe sembrare la fine del viaggio.

E invece proprio lì si comprende che il vero cammino deve ancora cominciare.

Si posa lo zaino della Marcia e se ne indossa un altro: quello della vita quotidiana. Dentro ci sono ancora domande, sogni, fragilità e desideri, ma ora anche volti, relazioni, gratitudine e la consapevolezza di non essere soli.

La strada continua a casa, nelle relazioni, nello studio, nel lavoro, nelle scelte di ogni giorno. Continua dentro quell’amore che ci accompagna anche quando non riusciamo a percepirlo.

Forse è questo che rimane alla fine della Marcia: non tutte le risposte, ma uno sguardo diverso sulla propria vita.

La certezza che qualcosa ci abita, ci precede e continuamente ci chiama.

E che la vita si respira meglio quando la si percorre insieme.