Proprio nel tempo di Pasqua la liturgia ci fa ascoltare questi discorsi “fiume” di Gesù, dove entra in scena la forza meditativa dell’evangelista Giovanni.

I suoi lunghi discorsi sono uno dei frutti più belli del lavoro di memoria a cui ogni discepolo deve sottoporre il proprio cuore e la propria mente, senza stancarsi. Questi ardenti monologhi vengono presentati come raccomandazioni del Gesù ancora in vita, preoccupato del dopo e delle sue ombre, ma in realtà sono stati redatti nella luce di una comprensione retrospettiva, guidata dalla fede pasquale, che delle parole di Gesù comprende finalmente la verità più profonda, non solo qualche significato intuito per metà.

È come se Giovanni riscrivesse i discorsi ascoltati dal Gesù in vita, alla luce di quella comprensione che può essere data solo dall’esperienza del Cristo in gloria: “Ecco cosa aveva voluto dire!”. Adesso il discepolo amato capisce fino in fondo quello che allora era rimasto nell’ombra, perciò lo scrive per come lo comprende ora, chiaro e lampante, offrendovi il valore aggiunto del suo tono mistico.

Anche il brano del vangelo di oggi è coerente con questo esercizio della memoria, di cui è intessuta l’intera testimonianza della Scrittura, e che proprio l’evento pasquale ha attivato come necessaria opera della sua comprensione. Giovanni mette sulla bocca di Gesù parole di infinita tenerezza, mediante le quali, assicura della sua presenza vivente quelli che sono dei “suoi”, e che riconoscono la sua voce come fanno i neonati con le loro madri. Essi sanno che solo la sua dedizione di Pastore buono ne fa la vera porta di accesso a quel mistero del Padre che molti inseguono per strade sbagliate. Sono immagini meravigliose per ricordare quella fraternità che Gesù glorificato intende mantenere con noi e con l’umanità tutta, in ricerca del Padre.

La sua umanità resta l’unica porta d’ingresso al Padre! Noi cristiani siamo quelli che quando cercano Dio guardano ad un uomo, e questo diventa una garanzia per poter sperimentare una tangibile intimità con Gesù e con l’amore trinitario.

Dunque il Pastore buono risorto richiede la “fatica” del riconoscimento ma non sottrae la sua presenza. Questo ci fa comprendere che il nostro compito principale è quello di stare in ascolto e affinare il nostro orecchio, l’orecchio interiore del cuore, che ci è stato dato nel battesimo, perché riconoscere lui non nasce da una mera seduzione soprannaturale, ma da un lento e lungo lavoro della coscienza, che ritorna sui fatti della sua morte per vederli come indizi di un evento di vita.

La madre Chiesa ci offre cinquanta giorni “intensivi” per inoltrarci in tutto questo.

 

Sr. Laura, clarisse di Rimini