Le letture di questa domenica mettono a fuoco un aspetto fondamentale dell’esistenza cristiana: l’attesa della venuta del Signore. Un’attesa che prende la forma concreta di una continua vigilanza.

Come osservava il card. C.M. Martini nella sua Lettera pastorale Sto alla porta: «Vigilare non è un atteggiamento marginale della vita cristiana, ma ne riassume la tensione caratteristica verso il futuro di Dio congiungendola con l’attenzione e la cura per il momento presente».

Il testo tratto da libro della Sapienza, ci parla dell’attesa di Israele che trova compimento nella «notte della liberazione». È la notte in cui Dio stesso veglia sul suo popolo per farlo uscire dal paese d’Egitto, realizzando così le promesse già annunciate ai patriarchi.

Allo stesso modo, il passo della Lettera agli Ebrei ci ricorda l’attesa di Abramo, maturata nella notte della fede (culminata nella prova dell”offerta’ di Isacco) e nella ricerca di «una patria migliore» di quella da cui era uscito.

Nel brano evangelico ci vengono presentate tre brevi parabole (Lc 12,35-48) che potremmo definire un piccolo “vangelo dell’attesa”, nel quale si descrivono le molteplici sfumature che, di volta in volta, può assumere la vigilanza.

Essa comporta prontezza e attenzione (perché in ogni momento può giungere il padrone o il ladro); pazienza e perseveranza (la capacità di attendere anche tutta la notte); fedeltà e responsabilità nel compiere il proprio dovere; disponibilità al servizio, sempre e comunque. Tutto bene sintetizzato nell’esortazione iniziale:«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi  e le e lampade accese».

I «fianchi cinti» è immagine comune nella Bibbia, per indicare l’atteggiamento di chi si predispone a compiere qualche lavoro o a intraprendere un viaggio. Ma, soprattutto, evoca l’atteggiamento di Israele mentre si prepara a celebrare la Pasqua nella notte in cui il Signore passa a liberarlo.

Il Signore «passa», perciò bisogna farsi trovare pronti per intraprendere con lui il cammino dell’esodo dall’Egitto.

L’altra immagine, delle «lampade accese», è piuttosto metafora del vegliare durante l’oscurità della notte. Il credente che attende il suo Signore può credere che, comunque, ha sempre una luce, una piccola lucerna che lo guida: la parola che il Signore continua a donare.

«Non temere, piccolo gregge...» (Lc 12,32).

Pur nella sua piccolezza e insignificanza, nella sua fragilità, il piccolo gregge dei discepoli può avanzare con fiducia perché ha già ricevuto in dono tutto quello che da Dio può sperare e desiderare: il suo Regno.

Con il cuore in questo «tesoro», allora, aspetta con speranza incrollabile il Signore che ritorna, consapevole che, meno si attaccherà ai propri beni, più sarà capace di attendere il grande bene del Regno. Un cuore ingombro e distratto da troppe cose, infatti, non ha più quella libertà e quella forza di attendere da Dio solo il compimento di ogni suo bene.

Beati coloro che aspettano lui. Perché mantengono il cuore aperto nella direzione del suo desiderio più vero, facendogli in qualche modo già pregustare la gioia dell’incontro.

Beati se trovati «così», ad «agire così». Cioè intenti e attenti al proprio lavoro, al servizio che ci è stato affidato, con tutta la responsabilità e la fedeltà di cui siamo capaci. E scopriremo allora, con stupore: «In verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli». Il Signore che si fa servo dei suoi servi: mirabile capovolgimento divino!

A questo punto, ci si può chiedere se noi aspettiamo un Signore così?

Chiara ha guardato al Signore come al tesoro della vita, attendendo in povertà e servendo le sorelle, riconoscendolo, al termine della sua vita, nel rendimento di grazie:

Va’ sicura in pace, anima mia benedetta, va’, perché colui che t’ha creato e santificato ti ha amato sempre teneramente come la madre il suo figliolino. Benedetto sii tu, Signore, che mi hai creata.

Ti ha amato sempre teneramente come la madre il suo figliolino.

Sorelle Clarisse Monastero Porto Viro