“mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò…”Lc 10,38
L’argomento centrale di questa domenica è senz’altro quello dell’accoglienza, dell’ospitalità. Ma siamo sicuri di sapere chi è l’ospite e chi accoglie?
Nella prima lettura incontriamo Abramo, padre nella fede si dice spesso, e qui mostra che la fede è concretamente accoglienza. Da parte di Abramo tutte le regole di una squisita accoglienza sono osservate, l’unico che agisce fuori dal galateo è proprio Dio. Egli non solo arriva in un orario che la cortesia sconsiglia, ma nel bel mezzo del pranzo domanda pure ad Abramo dove si trova sua moglie, argomento da non toccare secondo i canoni allora vigenti. È un Dio veramente sorprendente oltre che misterioso il Dio che viene descritto in questa lettura. A questo Dio, ad un Dio così, Abramo concede la sua accoglienza senza riserve. Sarà proprio questo atteggiamento di Abramo a far scoccare l’ora del mantenimento delle promesse da parte di Dio. Ripetutamente era stato assicurato ad Abramo che avrebbe avuto una discendenza ora è il tempo della realizzazione di quanto era stato annunciato. L’ospitalità senza riserve al Dio degli imprevisti segna il tempo dell’esaudimento.
Anche nella seconda lettura oggi ci è presentata la cura per altri che Paolo vive: offre la sua prigionia per i Colossesi, sente che quanto soffre benefica effettivamente altri. La sua sofferenza diventa atto d’amore e quindi non può che recare gioia.
Paolo dichiara che lo scopo di annunciare, ammonire, istituire, accompagnare con fatica, costanza e sapienza il cammino di ogni credente verso la sua piena maturità, è quello di «rendere ogni uomo perfetto in Cristo» cioè configurarlo a lui in modo definitivo.
Con l’ospitalità di Betania, l’ascolto della Parola, viene posto al centro, tra il fare la misericordia (la cosiddetta parabola del Buon Samaritano) e il pregare (il Padre nostro), come se costituisse il cuore della vita del cristiano, un cuore capace di plasmare nel modo evangelico anche le altre opere. Senza una disponibilità all’ascolto, l’agire misericordioso rischia di scadere a mera filantropia, o la preghiera stessa a un dire (sprecare!) molte parole a Dio, come fanno i pagani o gli ipocriti, senza tuttavia entrare nel segreto autentico della relazione con il Signore (cfr. Mt 6,5-8).
Marta serve, è vero, ma soprattutto osserva sé stessa, si guarda mentre sta servendo, si misura, non crede allo sguardo del Padre che vede nel segreto.
L’ascolto della Parola ci aiuta a vincere questa tentazione, torna a farci mettere al centro della nostra vita la persona di Gesù e, di conseguenza, tutto ciò che unifica in lui la nostra esistenza. Marta si agita e si preoccupa, è divisa in sé stessa; al contrario l’ascolto della parola di Dio dona armonia e pace, consentendoci, persino nella molteplicità dell’agire, di rimanere raccolti in noi stessi, unificati, non divisi, capaci soprattutto di ricondurre tutto ciò che facciamo a quella sola cosa necessaria che è il Signore Gesù e la nostra comunione di vita con lui.
In secondo luogo, l’ascolto della Parola ci rende vigilanti su un altro rischio: Marta accoglie il Signore e vuole offrirgli il meglio di ciò che possiede, desidera che nella sua casa Gesù trovi tutto ciò di cui ha bisogno. È una donna generosa, ma lo è pur sempre con la generosità del ricco, di chi dà del suo, prendendolo da ciò che possiede o che è in grado di realizzare con le proprie mani. Viceversa, l’ascolto umile di Maria esprime bene l’atteggiamento del povero, di colui che riceve a mani aperte, a cuore aperto. Maria ha compreso che questo è il modo di accogliere il Signore, di stare davanti a lui, senza pensare troppo alle cose da fare, da dire o da dare prendendole dalle proprie ricchezze. Davanti al Signore, più che il fare si è, come dei poveri, che hanno bisogno di ricevere, in una vera accoglienza, in un ascolto autentico.
L’umanità di Gesù esprime quello che ogni persona esprimerebbe. Con tutta la delicatezza di questo mondo ha rimproverato a Marta il suo comportamento e le ha detto che Maria stava facendo la cosa migliore. Perché? Lo capiamo tutti per esperienza: quando ci troviamo con altri quello di cui siamo maggiormente grati, che ci allarga il cuore, è il fatto che siamo ascoltati per quello che pensiamo e che diciamo.
Gesù è “la Parola”.
Quindi, accogliere Gesù è ascoltare Gesù, nella quiete della nostra interiorità, facendo spazio e, in certo modo, mettendoci in disparte … venite in disparte, non al centro, non davanti…
Ognuno di noi ha in sé questo luogo di quiete umile.
In ogni momento possiamo entrare in contatto con questo nucleo interiore. A volte basta semplicemente ricordarsi ed immaginarsi che in me vi è un luogo interiore della quiete: il giorno ne verrà trasformato.
Sorelle Clarisse Monastero Porto Viro