“Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Gv 3,16.
Le letture di questa domenica convergono, con diverse sfumature, verso un unico tema: la kenosis di Cristo, il suo abbassamento totale fino alla morte, ma anche il suo innalzamento, la sua glorificazione, la sua esaltazione.
La prima lettura racconta l’esperienza del popolo nel deserto, colpito dai morsi dei serpenti, a causa della ribellione.
Ma Dio offre a loro una via di guarigione: il serpente di bronzo innalzato da Mosè. É un’immagine profetica, che anticipa la Croce di Cristo, il quale trasforma il male in salvezza e guarisce l’umanità dai morsi del peccato. San Paolo afferma di non avere altro vanto che in questo mistero. Anche l’antifona d’ingresso esorta a gloriarci della Croce.
Ma perché esaltare la Croce, segno di sofferenza e di morte? La Croce, per noi credenti, è fonte di salvezza, è la manifestazione suprema dell’amore di Dio per tutti noi. La Croce ci ricorda quanto siamo amati dal Signore.
Il Vangelo di Giovanni collega il serpente di Mosè al Figlio dell’uomo: anche il Cristo sarà innalzato, per salvare.
Gesù non salva vincendo il male con la forza, non salva con un colpo di scena, ma accettando fino in fondo la debolezza dell’amore. Gesù si lascia guidare dal Padre, perché si fida del Padre: è il sì dell’amore. La Croce è il segno luminoso che guida la nostra esistenza: ci invita alla speranza nella prova. Ma come glorificare la Croce nella vita, quando il cammino si fa tanto pesante? Non cadendo nella sfiducia, nello sconforto, nella lamentela, ma alzando lo sguardo. Guardiamo alla Croce con fede, crediamo all’amore di Dio per noi: da lì nasce la nostra forza, la nostra pace, la nostra salvezza.
Sorelle Clarisse Monastero Porto Viro