La parabola del buon samaritano ci mette spalle al muro: non abbiamo scuse. Il prossimo è tale in forza della sua prossimità (spaziale o temporale) a noi, tanto quello che sfioriamo per strada, quanto quello che conosciamo leggendo il giornale. Tanto che sia un familiare, quanto lo sconosciuto che chiede l’elemosina sui gradini della metro.

Non chiede permesso per affacciarsi alla nostra vita. C’è, e per ciò stesso diventa un appello alla verità della nostra umanità. L’essere umano è capace di estendere la coscienza di sé attraverso un semplice mio, tuo. Il prossimo non è un prossimo qualunque: è il prossimo mio: mi appartiene, mi è dato: mi riguarda. Appella proprio me.

Vogliamo provare oggi l’ebrezza di questo amore che dice mio al prossimo, fino al prossimo per eccellenza che è Dio?