Gesù usa per lui il verbo dell’andare, così come del tornare, ma in questo duplice movimento che esprime in sintesi il mistero pasquale non vuole lasciare i discepoli nella tristezza, nel turbamento.

C’è una pace da accogliere come consegna di Gesù ai suoi e che anche noi nelle nostre liturgie continuiamo a invocare finché egli ritorni; c’è una gioia a cui fare spazio perché è immenso l’orizzonte di amore in cui il Figlio si immerge e ci immerge proprio nel suo andare.

Nel versetto finale (che spezza la narrazione e dunque appare un po’ particolare) l’imperativo a muoversi è rivolto ai suoi discepoli: c’è bisogno di alzarsi, di andare via dal luogo del tradimento, della tristezza per entrare nello spazio di quell’amore del Padre a cui Gesù si affida totalmente. Perché il Padre è più grande.