“fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne”. Lc. 16,9.
L’amministratore scaltro della parabola del Vangelo di questa domenica, accusato di truffa, è chiamato dal padrone a rendere conto della sua gestione. Stranamente non lo caccia subito, come avremmo fatto noi, ma gli lascia un margine di tempo per sistemare le cose.
Che farò? Si chiede l’amministratore e decide di imparare da Dio: condonare come il Padre!
Mette in atto la dinamica della vita nuova nello Spirito: a chi dona sarà donato.
L’amministratore si gioca tutto: non ruba di nuovo al padrone, ma rinuncia alla propria percentuale di guadagno – quel 20, 30 o addirittura 50% che gli amministratori aggiungevano come commissione perché non avevano una paga fissa – e la condona ai debitori. Così facendo, i conti tornano: il padrone riceve il suo, e lui si guadagna amici e un futuro assicurato. Per questo il padrone loda la sua intelligenza: non la furbizia disonesta, ma la capacità di trasformare una crisi in un’opportunità.
Oggi il messaggio centrale riguarda il nostro modo di imparare lo stile di Dio. Che farò? Farò come il Padre imparerò da lui a usare dei beni per condividerli, per donarli a tutti, per condonare. Siamo chiamati ad un uso corretto, sapiente dei beni del mondo, gestiti secondo la loro natura di dono. Tutti siamo dei beneficati e tutti siamo semplici amministratori non padroni eterni. Ci ricorda San Paolo: cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? Accumulare è ingiustizia, condividere con i fratelli è riconoscersi in verità creatura di Dio creatore.
Oggi chi accusa noi? Il grido della terra e il grido dei poveri.
Di qui la necessità di guardare dentro di sé e chiedersi: «Dove mi trovo»? Perché sono sedotto da tante cose e creature? Perché ho sete dell’invisibile e mi fermo a ciò che è visibile? Perché mi faccio sedurre da cose piccole e passeggere e non da Colui che è grande e perenne?
Ci accorgeremo così che la nostra vita «è tutto un equilibrio sopra la follia»: tra le seduzioni strillate del mondo e la seduzione di Dio che parla nel silenzio. La Sua seduzione, infatti, non ci priva mai di un bene prezioso e decisivo che ci caratterizza: la libertà.
San Francesco, povero e libero di cuore, riconosce la grandezza e la bellezza del creato, di tutta l’esperienza umana, dalla quale è rapito e che egli sa leggere sotto il segno della fraternità: «Fratello sole… sorella morte». Egli è capace di non fermarsi a quella grandezza e bellezza, e nemmeno di scandalizzarsi davanti alla sua caducità, perché vi sa riconoscere la presenza stessa di Dio. Tutto ciò avviene nella fedeltà a un Vangelo vissuto «sine glossa», senza fronzoli o umane elucubrazioni. Nella fede egli si lascia catturare dalla parola di Dio, sedurre dall’Amore, che crea in lui una trasformazione radicale: dall’uomo vecchio del peccato all’uomo nuovo della grazia.
Gesù conclude: “Nessun servitore può servire due padroni”.
Dio invita a donare, la ricchezza spinge ad accumulare. Sono due logiche inconciliabili. La ricchezza, infatti, è in sé atea: ti dà l’illusione di non avere più bisogno di Dio, finendo per sostituirsi a Lui.
La parabola ci ricorda che il modo migliore per far quadrare i conti non è accumulare, ma donare; non chiudersi, ma creare legami; non servire due padroni, ma scegliere l’unico che rende liberi. Alla resa dei conti, non conteranno i beni che avremo posseduto, ma le persone che avremo reso felici, i cuori che avremo rialzato.
Il segreto è uno solo: sii affamato di bene, sii sedotto dal folle Amore… e il Signore, alla fine, pronuncerà anche su di te la sua lode.
Sorelle Clarisse Monastero Porto Viro