XXIV Domenica del Tempo Ordinario 

Mt 18,21-35 
Non ti dico fino a sette volte,
ma fino a settanta volte sette.

Convento di sant'Antonio - Milano 

La chiesa è una comunità di perdonati che perdonano.

Terminiamo la lettura del quarto dei cinque grandi discorsi nel vangelo secondo Matteo, detto anche discorso ecclesiale o comunitario, avendo Gesù enunciato le esigenze della correzione fraterna e del perdono reciproco (cf. Mt 18,15-20), Pietro solleva una questione, a dir poco, spinosa: quale misura va applicata per un perdono che sia anche equo?
Pietro dunque si avvicina a Gesù e gli chiede: “Signore, se il mio fratello pecca contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette (numero di pienezza) volte?”. Sarebbe giusto perdonare senza tenere conto del numero di volte in cui il perdono viene rinnovato? Se uno approfitta della generosa pazienza altrui sarebbe educativo continuare a perdonarlo? Nella Torah sta scritto che Lamech declama la sua regola della vendetta fino a sette e poi fino a settanta volte sette (cf. Gen 4,23-24). Pietro è già misericordioso, perché in verità non è facile perdonare sette volte lo stesso peccato allo stesso offensore.
Si, mi sembra di sentire nella domanda di Petro le nostre buone intenzioni e anche le insopprimibili obiezioni al perdono, come ad esempio:” perdonare va bene ma dimenticare non è possibile!”. Gesù gli risponde con autorità: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”, cioè sempre. il discepolo di Gesù perdona senza calcolare. Di fronte a una tale dichiarazione anche il cristiano volenteroso rimane esterrefatto, perché non è facile né comprendere né assumere questo atteggiamento. Ciò che Gesù chiede non è forse troppo? Allora Gesù spiega attraverso una parabola che ci rivela il volto del Padre e il cuore dell’uomo.
Un re vuole fare i conti con i suoi servi, ed ecco che gliene viene presentato uno il quale è debitore verso di lui di una cifra, iperbolica, impossibile da rimborsare per un servo! Il destino inesorabile che prevede solo la prospettiva della vendita dei suoi familiari come schiavi e della prigione per sé, spinge quest’uomo a chiedere al re: “Sii grande di animo con me”. Di fronte a tale disperazione il re, preso da un sentimento di misericordia, lo lascia andare e gli condona il debito. Siamo in presenza di un re che fa regnare la misericordia e non più solo la legge. Egli ha un cuore di padre. Un tempo anche il Ministero della giustizia italiano era denominato con il titolo: Ministero di grazia e giustizia. A dire che nelle cose riguardanti l’umano, la legge da sola non basta a rendere giustizia.
Ma ecco la scena opposta. Quest’uomo perdonato, salvato insieme alla sua famiglia, reso libero per vivere in pienezza le relazioni con i suoi pari; subito incontra un suo compagno, debitore nei suoi confronti di una cifra modesta. Appena lo vede, lo afferra al collo e lo soffoca intimandogli di saldare il debito. L’altro lo supplica invano.
La differenza di comportamento tra i due creditori è messa in luce dalla terza scena. Quando il re viene a sapere ciò che ha fatto il servo da lui perdonato, lo convoca e gli dice: “Non dovevi anche tu aver pietà del tuo con-servo, così come io ho avuto pietà di te?”. Ecco rivelato il fondamento di ogni azione di perdono: l’essere stati perdonati. Il cristiano sa di essere stato perdonato dal Signore con una misericordia gratuita, sa di aver beneficiato di una grazia insperata, per questo non può non fare misericordia a sua volta ai fratelli. In questa parabola non è questione di quante volte si deve dare il perdono, ma si tratta di riconoscere di essere vivi in quanto continuamente oggetto di misericordia e dunque di dover perdonare per lasciare che anche gli altri possano continuare a vivere. Se uno non sa perdonare all’altro senza calcoli e non sa farlo con tutto il cuore, allora non riconosce ciò che gli è stato fatto. Dio perdona gratuitamente, il suo amore non va mai meritato, ma occorre semplicemente accoglierlo ed estendere agli altri il dono ricevuto.
Comprendiamo così l’applicazione conclusiva fatta da Gesù. Le parole che egli pronuncia sono parallele a quelle con cui commenta la quinta domanda del Padre nostro – “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6,12)
Così anche il Padre mio che è nei cieli farà a voi se non perdonerete di cuore,ciascuno al proprio fratello. (Mt 18,35)
La chiesa è una comunità di perdonati che perdonano.

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