Mt 24,37-44
I domenica d'Avvento
di
Sr. Enrica Serena
Clarisse Milano

Indirizzando a lui
tutte le nostre intenzioni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «37Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. 38Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, 39e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell'uomo. 40Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l'altro lasciato. 41Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l'altra lasciata.
42Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. 43Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo».
Iniziamo oggi il tempo di Avvento e un nuovo anno liturgico.
Oggi è quindi un giorno che ha il sapore della ripartenza, giorno che ci rimette in cammino alla sequela del Signore. E, proprio in un giorno di inizi, la Chiesa regala un Vangelo sulla fine. Il brano evangelico che la liturgia propone per questa prima domenica di Avvento appartiene infatti al
cosiddetto “discorso escatologico” (24,1-25,46), il quinto e ultimo dei discorsi di Gesù che contraddistinguono il vangelo di Matteo.
Perché dunque, proprio oggi, una Parola sugli ultimi tempi? Il contrasto custodisce forse una verità profonda a cui la liturgia vuole educarci, indicando che ogni autentico inizio è davvero possibile solo se c’è una fine, o meglio, un fine, che lo illumina. Possiamo metterci in cammino solo se c’è una meta che attrae il cuore; possiamo attendere qualcuno solo se confidiamo nella sua venuta; possiamo vivere nella vigilanza solo se riconosciamo che la vita non si esaurisce nel mangiare, bere, prendere moglie o marito, ma si apre a un “oltre”. Per il discepolo, è la prospettiva del compimento che dà all’esistenza senso e direzione, ne sostiene la speranza e, giorno dopo giorno, modella la sua identità di figlio amato, ad immagine dell’Unigenito Figlio.
Il tempo di Avvento è donato proprio per riscoprire e nutrire, permettendo allo Spirito di vivificare, una specie di “memoria capovolta”: non solo la preziosa memoria di ciò che Dio ha già operato, ma la memoria del futuro, cioè del compimento promesso e rivelato, della meta. Quel  compimento che, dice il Vangelo odierno, ha la forma di un incontro, da Dio stesso gratuitamente offerto nel venire del Figlio dell’uomo. Il volto del nostro Dio è il volto di un Dio “veniente”, che viene per essere il Dio-con-noi, l’Emmanuele (Mt 1,23; 18,20; 28,20).
L’incontro, che attendiamo come pieno e definitivo  nell’ultimo giorno, è già adesso nella fede accolto e preparato. Il Veniente arriva e arriverà nell’ora in cui non immaginiamo. Abbiamo solo -e tutto!- il presente per attenderlo, senza sottrarci dalle azioni più normali dell’esistenza (mangiare, bere, sposarsi…), ma restando desti al proprio posto. Per non perdere l’incontro è sufficiente essere uomini e donne che leggono in profondità la storia, scrutano i segni discreti del suo venire e se ne lasciano interpellare. L’umile desiderio è allora di tenerci pronti così, “indirizzando a lui tutte le nostre intenzioni, in ogni cosa cercando il suo onore” (S.Francesco) e curando la realtà che abitiamo con responsabilità e fedeltà, come ancora insegna la parabola del padrone di casa vigilante.

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