Vita da volontari
al centro per centro

La proposta di don Paolo parlava di un cinese. Mi trovai davanti Ender. Turco. Di Istanbul, anzi di “Costantinopòli” con l’accento rigorosamente sull’ultima “O” come la pronunciava lui. E guai a ricordargli che la città non si chiamava più così dal 1453. Aveva ragione Ender. Che era turco, ma anche greco. Da parte dei genitori. Una storia complicata. Raccontata nel suo italiano naif ma mai incerto. Ogni volta con una trama diversa. Come le parolacce che tirava fuori quando gli chiedevo del presidente Erdogan.
Ender è stato il mio biglietto da visita al centro. Conoscevo i frati, sono cattolico: ma non saprei distinguere un francescano da un cappuccino. Di fra Carlo mi aveva parlato don Paolo, il parroco dell’Incoronata. “Cercano qualcuno che insegni italiano ai loro ospiti” mi disse. Don Paolo è una certezza. Le sue sono tutte buone cause.
Via Maroncelli è un laboratorio di contraddizioni. I camioncini scaricano le ultime creazioni dei geni del design. I vecchi cortili di ringhiera si sono trasformati in spazi per artisti all’avanguardia. Il centro di Sant’Antonio ne ha viste di tutti i colori. Non si fa impressionare più di tanto. Non c’è bisogno di chiedere dove si trova. Davanti c’è sempre qualcuno che staziona come in un’attesa senza fretta. Ci andai in giacca e cravatta la mia “divisa” da lavoro al Corriere della Sera. Il primo ad attaccarmi bottone fu Michele. Mi raccontò di una serie infinita di malattie. Pensavo che esagerasse. Ma era simpatico. Non esagerava. Michele, adesso, non c’è più. Qualche volta mi sembra di sentirmi sfiorato da un’ombra quando passo davanti all’Incoronata e sentire la sua voce che mi chiede dei soldi. Già, perché i nostri “dialoghi” finivano sempre così. Il portafoglio alleggerito e lui che mi diceva: sei un grande!
Poi c’è stato l’”esame” con fra Carlo. Il fatto che si chiamasse come me mi toglieva ansia. Ho sempre avuto la presunzione che tutti quelli che si chiamano Carlo sono una garanzia. Dal santo Borromeo a Kalle Rummenigge. E fra Carlo è un po’ panzer come il tedesco dell’Inter. Dritto allo scopo, senza fronzoli. Più passione che compassione. Più un “aiutati” che un “ti aiuto”. Il Vangelo incarnato in un saio.
Ho cominciato in punta di piedi. Quasi con timidezza. Insomma, ho forzato il mio carattere al contrario. Adesso conosco Mago che già con un nome così gli vuoi bene. E legge più libri di un bibliotecario e ha studiato Medicina e parla un italiano così forbito che il ministro Di Maio se lo sogna. E Valentin, il profeta delle catastrofi ambientali decenni prima di Greta. Con la sua barba lunga da personaggio biblico e i gli anelli strani. Valentin che in un’altra vita sarebbe stato un conferenziere da migliaia di euro a incontro.
O Giovanni che parla svelto che fai fatica a stargli dietro e mi dice che ha fatto il volontario con i boat people del Vietnam, io gli dico sì vabbè poi mi faccio mandare le pagine dall’archivio del Corriere e scopro che è tutto vero.
Ender non so se ha imparato bene l’italiano. Di sicuro lui mi ha insegnato la dignità. Quando mi hanno ricoverato all’ospedale è venuto a trovarmi. Due volte. Senza trovarmi (sì, sull’italiano dobbiamo lavorarci ancora…). Ma saperlo mi ha fatto più felice che se fosse venuto il direttore del Corriere.
Adesso l’italiano lo insegno a un ragazzo del Kenya. E’ un kikuyu. Mi sembra di essere Denys Finch Hutton ne La Mia Africa. Ci facciamo delle belle risate. Non ci siamo ancora schiodati dall’abc ma, una volta finita la lezione, mi ha sistemato i miei capelli ribelli. I gesti che fanno la differenza. Evans fa l’acrobata. Come mestiere ma anche la sua vita è stare in equilibrio su un filo sottile. Mi ha insegnato a non prendermi sul serio.
Al giornale i colleghi sono tutti disincantati e sgamati. Eppure non li avevo mai visti come quando fra Carlo ha portato gli ospiti del centro in visita in Solferino. E ho pensato alla fortuna che ho io che al centro ci posso andare spesso. Il mio Iban dell’anima continua a ricevere bonifici.

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