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FR. AGOSTINO GEMELLI
(1878 - 1959)
Frate Minore, Sacerdote, Fondatore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.
Non è facile scrivere una breve biografia di padre Agostino Gemelli perché la storia di questa nobile ed eletta figura di religioso, di pensatore e uomo di scienze è ricolma di episodi straordinari. Non ci sono miracoli o favole da raccontare nella sua vita, in padre Gemelli troviamo il culmine e la fonte dell'agire cristiano: la Croce di nostro Signore Gesù Cristo. Dalla contemplazione del Crocifisso quest'uomo ha tratto la forza per la sua vita, ha sfidato le avversità e sofferenze, si è affidato alla provvidenza del Padre.
Quest'uomo ha vissuto la sintesi tra fede e scienza, dove la ragione continua ad indagare nel rigore scientifico e il credere orienta la conoscenza non su qualche sapere cieco ed assoluto, ma sull'uomo e in difesa dell'uomo. La sua vita è illuminata, non dalla stoltezza degli strumenti della scienza né dallo scandalo del pensiero modernista, ma dalla sapienza che viene da Gesù "povero e crocifisso" che guida il nostro cuore e la mente alla fede, alla speranza e alla carità.
La statura culturale e spirituale di quest'uomo potrebbe illuminare il cammino della Chiesa Italiana verso il Progetto Culturale.
La Vita
Edoardo è il nome di battesimo di Gemelli: nato a Milano il 18 gennaio 1878. I genitori laicisti gli trasmettono la tradizione risorgimentale e, per via materna, quella garibaldina. La tradizione cattolica è accettata passivamente, senza un vero impegno d'educazione e crescita cristiana. L'educazione in famiglia è severa e la sapienza del Vangelo con la dolcezza della preghiera arrivano ad Edoardo dalla nonna paterna e dalla maestra delle scuole elementari di Via S. Damiano che lascia nel piccolo un'impressione incancellabile.
Malaticcio, gracile, sensibile, timido, nel precoce sviluppo dell'adolescenza Edoardo si rivela impetuoso, aggressivo e violento; ma c'è in lui un fondo di generosità, di tenerezza, di inconfessato bisogno di affetto. Timido e miope, anche al Ginnasio Parini, accumula sofferenza, isolamento e sogni, favoriti dall'incomprensione dei docenti e dal suo appollaiarsi su "la montagna" dell'anfiteatro scolastico. In questi anni Gemelli incontra un compagno sereno, buono, equilibrato, simpatico e generoso: Vico Necchi. L'amicizia li accompagnerà tutta la vita. Gemelli si fracassa le gambe per la scommessa di scendere in bicicletta la gradinata del Parini. Nell'immobilità forzata c'è la dolcezza quasi materna di un vecchio rosminiano che, per tenergli compagnia, gli recita Dante; e Gemelli impara a memoria la Divina Commedia.
Dopo il liceo si iscrive alla facoltà di medicina a Pavia. Il positivismo è dominante nelle università: De Dominicia, Credaro, Golgi, Maggi, maestri insigni del sapere, distruggevano negli studenti ogni ideale religioso. Restava la febbre del sapere, la passione della scienza, la fede nella scienza.
Avvicinò i lavoratori e soffrì per la loro tristissima condizione. Conobbe Filippo Turati e la Kuliscioff, ascoltò Enrico Ferri, lesse Marx e diresse "La peble", tenne conferenze agli operai e aderì al socialismo imperversante. L'adesione al socialismo fu vissuta intensamente, infatti, Gemelli riteneva la dottrina di Marx la parola più generosa del secolo.
Quando il pomeriggio del 5 maggio 1898, folla ed esercito furono a fronte, Gemelli faceva catena tra i soldati e la folla, fu colpito da una sassata al capo, mentre sentì allentarsi le mani di un operaio e di uno studente che cadevano uccisi al suo fianco. E comprese la crudeltà della lotta di classe.
Si ribellò al collegio Ghislieri e fu cacciato. Gemelli privo di mezzi, provvide con lavori e lezioni private, affrontò esami con volontà leonina, li superò con rapidità impensabile. Il 9 luglio 1902 discusse la tesi di laurea in medicina - a pieni voti - e seguì la pubblicazione.
A 24 anni, chiuso il periodo universitario, c'è il servizio militare insieme all'amico Necchi: entrambi aiutanti di Sanità nella III Compagnia dell'ospedale militare di Milano. Il cuore di Gemelli è grande. I malati infettivi assorbono ogni sua premura. Egli cerca, cerca sempre Colui che è la Verità e la Carità infinita. E lo trova: perché è polemico, ma è retto; perché discute, ma è leale con tutti.
Nel reparto infettivi è accolto un giovane soldato di cavalleria devastato dalla tubercolosi. Sapeva di morire e al giovane medico alto, miope, impetuoso, ma sensibile e tenero come una mamma, dice una sera: "Senti, volontario, io muoio lontano da tutti i miei. Se fosse qui la mia mamma, mi darebbe un bacio. Me lo vuoi dare tu?". Il Medico Gemelli, guidato dallo spirito di Gesù che è morto per gli uomini, abbraccia e bacia il giovane soldato morente. La risposta fu: "Grazie. E ora va a chiamarmi il cappellano perché mi porti la comunione". Vincendosi interiormente, Gemelli gli accompagna Gesù. E pensa: "L'esercizio della medicina è anche un sacerdozio". Cristo gli invade il cuore e l'impetuoso Gemelli rompe gli indugi: Il giovedì santo del 1903 riceve il Signore nella comunione eucaristica. E' l'abbraccio di Gesù e dirà all'amico fra Arcangelo Mazzotti: "Sai mi farò francescano come te". Il 15 novembre 1903 Edoardo Gemelli, medico, entra nel noviziato francescano di Rezzato. Si scatena la bufera. Un'autentica spedizione, capeggiata dal padre, cerca di strappare Edoardo al chiostro di Rezzato, trascinandolo alla carrozza ferma in fondo al piazzale. Il giovane si aggrappa ad un ippocastano, poi a una grande croce sul limite dell'area sacra, e nessuno riesce a smuoverlo. Poi, sono gli amici a tentarlo e dissuaderlo con ogni tipo d'argomentazione e, infine, si passa all'ipotesi di alienazione mentale. Ma la quercia non crolla ormai saldamente ancorata al Vangelo di Gesù Cristo.
Dopo il noviziato, Gemelli pronuncia i voti temporanei il 23 dicembre 1904. Il Ministro provinciale lo manda a Dongo per filosofia e teologia. Parla di lui a Pio X, che più volte ascolta e illumina il giovane convertito, turbato ora dal modernismo che suggestionava soprattutto il campo ecclesiastico e il giovane clero. Pio X lo indirizza a Don Guanella, il prete della carità: questo con una domanda sola: "Tu ami nostro Signore Gesù Cristo?" scuote ogni dubbio dell'anima di Gemelli. Rassicurato, nel 1907 Gemelli emise i voti solenni e il 14 marzo 1908 celebrò la prima messa. Da quel giorno, la messa fu sempre la sua ora segreta, l'ora in cui parlava al Crocifisso.
Studio, azione e lotta sono le componenti di Padre Agostino Gemelli e nel 1907 è già sorta in lui l'idea dell'Università Cattolica. "E' necessario che i cattolici mostrino, con la pura indagine scientifica, come siano capaci di contribuire al progresso delle scienze, e come non esiste conflitto tra scienza e fede, ma tra alcuni scienziati e la fede" per questo lo scienziato cattolico ha bisogno di una vera organizzazione scientifica. Ecco il principio ispiratore.
Nei quindici anni di preparazione, Gemelli attua la sua idea, prepara i collaboratori, vede chiaro quale dovrà essere l'Istituto: "Un vero laboratorio nel quale maestro e scolari collaborassero a indagare nuovi veri", e una scuola per "formare dei giovani insegnanti, che poi agirebbero potentemente sull'educazione nazionale".
La battaglia per la realizzazione dell'Università cattolica era sostenuta dall'amore alla Madonna, dalla preghiera e da tante sagge e sante amicizie. Fu una vittoria della Santissima Vergine. L'Università Cattolica è un miracolo del Sacro Cuore, ottenuto per l'intercessione della Madonna che si è avvalso dell'uomo Gemelli. Tutto per la salvezza dell'uomo che viene soltanto da Dio. Gesù e l'uomo: questa è la ragione della vita titanica che fu l'esistenza di Padre Gemelli. Egli volle rifarsi al medioevo soltanto per questo: per l'armonia della fede cristiana con il sapere del suo tempo. Torniamo all'assoluto che è Cristo.
Il sogno si avvera, dopo le difficoltà della guerra del '15-'18. Il Cardinale Ratti (il futuro Pio XI) il 7 dicembre 1921 inaugura l'Università Cattolica, consacra la cappella e offre al Signore la vita di Gemelli e di Armida Barelli. Al padre Gemelli gli mancò la voce per la commozione quando diede, in quel giorno, la comunione al padre e alla madre.
"Nulla è fatto, se c'è ancora qualcosa da fare" erano state le parole dell'Arcivescovo. E da fare, da costruire, da programmare ce n'era ancora tanto: era solo l'aurora.
Padre Gemelli aveva un aspetto titanico, ma, dopo l'inaugurazione, incominciò il lungo calvario delle contestazioni e dei perfidi nemici. "Dicevano che era ambizioso e accentratore, impulsivo e irritabile, esigentissimo con i dipendenti, un caratteraccio. Schietto, si, ammettevano, ma furbo nel trarre e manovrare gli uomini più adatti al suo scopo. D'altronde nessuno poteva accusarlo di scopi egoistici. Gli avversari colti gli rimproveravano di voler fare il filosofo, quando era solo un biologo e uno psicologo; di scrivere troppi articoli con superficialità e trasandatezza, volendo occuparsi di troppe cose". Padre Gemelli, che gli studenti chiamavano scherzosamente "il Magnifico Terrore", ha un duplice segreto per superare gli ostacoli: la preghiera e la carità. Ebbe infiniti nemici e grandissimi amici; ma per sé, proprio per sé, non aveva altro amico che il Crocifisso, e ne era geloso. Con questa fede operò Padre Gemelli: sempre controcorrente, ma sempre per l'uomo: per la sua elevazione, per la sua vera libertà, per la sua salvezza. L'Università cattolica e tutte le opere collegate sono per l'uomo.
Padre Gemelli inseguiva da sempre il sogno della Facoltà di Medicina. Aveva potenziato l'Università, moltiplicato le riviste e le pubblicazioni scientifiche, presieduto convegni, costruito pensionati studenteschi. Pio XI l'aveva chiamato a presiedere la Pontificia Accademia delle Scienze, cooptandovi scienziati nazionali e stranieri anche di fedi diverse "perché la scienza, che vuole sempre la verità, è fonte di ogni bene". Sempre Pio XI mise il sogno gemelliano sulla via della realtà, donando un grande edificio di Monte Mario per la Facoltà di Medicina.
Seguirono immediatamente anni difficili: la guerra, l'incidente automobilistico che lo costrinse sulla sedia a rotelle, la morte di Pio XI e della madre, i bombardamenti sulla città di Milano e il conseguente incendio dell'Università. Ma la parola di Pio XII fu questa: "Continuare a mantenere in vita l'Università. Rimanete sul posto". Card. Montini aggiungeva: "L'eroismo che si chiede oggi è di restare fedeli al nostro posto".
E di eroismo Gemelli n'era ricolmo dal suo Gesù crocifisso. Di prove e di dolori ne subì altri: un altro incidente automobilistico, la morte dell'amica e collaboratrice Armida Barelli…Ma le prove sono sempre preludio di doni dal Signore: nel 1946 il primo giubileo dell'Università, nel '47 apre i corsi serali per la Facoltà di Economia e Commercio, nel '49 si pone a Piacenza la prima pietra per la Facoltà di Agraria, apre a Milano un convento di Clarisse, fonda gli Istituti secolari dei missionari della Regalità.
Ma le forze declinavano. Gemelli crocifisso con Cristo, vive ormai proteso verso gli uomini crocifissi dalla malattia e guarda sempre alla Facoltà di Medicina.
Nel '57 Pio XII invitava Gemelli ad erigere la Facoltà di Medicina "coronamento della struttura dell'illustre Ateneo, quale ultimo e più prezioso frutto dell'Università Cattolica". Il sogno diventa dovere d'obbedienza al Vicario di Cristo. Gemelli, con gran fatica, preparò il piano edilizio e il piano di studi da sottoporre all'autorità statale.
Per formare un medico cristiano, ci vuole tutta un'educazione. Occorre un ambiente adatto di professori, assistenti e compagni di studio che aiutino il giovane e lo guidino nell'acquistare non solo quelle nozioni scientifiche e tecniche che può imparare anche altrove, ma un modo particolare di vedere il malato come un fratello colpito dalla sventura e di esercitare la medicina come una missione.
Il 4 agosto 1958, la Gazzetta Ufficiale pubblicava il decreto del Presidente della Repubblica: "E' istituita in seno all'Università Cattolica del sacro Cuore di Milano la Facoltà di Medicina e Chirurgia con sede in Roma".
All'Immacolata del '58 inaugurò l'anno accademico; per l'ultima volta. Le forze fisiche di Gemelli declinavano e il padre affermava: "Non ho mai pregato per guarire. Bisogna fare la volontà di Dio". Il 15 luglio 1959 la sua grande anima si presentò, con Cristo, al Padre che è nei cieli; molti anni prima, profeticamente aveva detto: "Arrivati al traguardo, stremati di forze, sarà dolce poter dire: MIO DIO E MIO TUTTO".
Il Francescano
Quando il mio Provinciale mi ha vestito le serafiche lane, mi sono trovato francescano; ancora di più, mi sono scoperto tale, e ho scoperto che ero nato così, che se non fossi stato tale, forse non lo sarei mai divenuto, ad onta di tutti i miei maestri; sono nato così; Dio mi ha dato questa vocazione; amerò, soffrirò, gioirò e così morirò, benedicendo Dio, che ha messo anche nella mia povera anima un poco dell'ideale di S. Francesco". (A. Gemelli, La Verna come l'ho vista io, VeP, luglio 1924)
"Francescani si nasce" era solito dire e dietro la toga rettorale stava un uomo che viveva alla lettera la povertà francescana. Gemelli non solo amava S. Francesco e la sua spiritualità, ma amava il suo Ordine, cosa più difficile. Dall'amore dell'Ordine derivavano il rispetto dei superiori, la fedeltà alla regola e il rifiuto di alte cariche. Quando Pio XI gli propose il vescovado per esonerarlo dagli obblighi conventuali, rispose di no; quando nel Capitolo generale del 1933 numerosi Padri vocali decisero di dargli il voto, per eleggerlo Ministro generale, egli prevenne ogni tentativo con una lettera: "Ti prego, e prego gli altri, di deporre l'idea che avete. Succedere a san Francesco è una tal cosa, per cui bisognerebbe avere virtù delle quali io non ho nemmeno il principio. Se anzi mi conosceste bene, non ci avreste pensato un momento. Se prima ho riso ora piango per il solo fatto che voi avete potuto pensare una simile cosa e far correre all'Ordine i rischi dovuti ai miei difetti. (…) Dunque in nome di Dio, metti da parte e fai mettere da parte questa folle idea. Invece ti prometto, e puoi dirlo a tutti, che cercherò di qui e innanzi di servire l'Ordine con maggiore sacrificio che non abbia fatto nel passato. Soprattutto con più amore, se questo è possibile".
E i suoi difetti li conosceva bene: "Sono violento, sono prepotente, sono confusionario, sono abborraccione. Riconosco. Dio si serve anche dei difetti. Per fare una certa opera, ad un dato momento, ci vuole un dato uomo, anche con i suoi difetti. Ecco: per fare l'Università ci vuole un uomo come me. Anche un prepotente. Fra qualche tempo non ci sarà più bisogno di me. Io potrò essere d'inciampo. Allora mi leverò dai piedi". Sapeva altrettanto bene che il giudizio spregiativo e le critiche degli uomini erano la giusta punizione degli stessi difetti.
Non si curava di salvare le apparenze, andava diritto al suo scopo, calpestando convenienze e perditempo, con semplicità da fra Ginepro. Un professore disse di lui: "Potete dire quello che volete, ma Gemelli, anche quando sbaglia, ha l'animo grande e l'intenzione alta".
Di tutto quello che ha fatto e ha scritto, non ha percepito mai nulla, né per sé né per la sua comunità. Non voleva regali personali, e quando non poteva respingerli senza offendere, li distribuiva a chi ne aveva bisogno.
Come francescano, odiava il lusso, ma amava la bellezza. E la bellezza era ovunque negli edifici da lui ideati. Soprattutto amava la bellezza della natura, con preferenza per le montagne, gli alberi e i fiori bianchi.
Padre Gemelli considerava il lavoro come dono di Dio e come testimonianza del Regno: "Il lavoro fatto bene e con retta intenzione conduce gli altri uomini a scorgere in noi un movente soprannaturale; li conduce ad ammirare la sapienza infinita di Dio che, da creature come noi siamo, sa creare tesori di vita". Scriveva alle Terziarie francescane: "Lavoriamo per unire il canto della nostra operosità a quello di tutte le creature dell'universo, e in questa guisa lodare il Creatore nelle sue magnificenze e nelle sue misericordie"; e in un altro scritto: "Per sentieri diversi, con occupazioni diverse riusciamo ad esplicare una sola attività, a realizzare un solo disegno: il Regno di Dio sulla terra".
E nel periodo della massima espansione dell'Università e di intenso lavoro, Padre Gemelli sviluppò fin troppo l'identificazione di preghiera e di lavoro, forse per attuare in sé medesimo la nostalgia della vita contemplativa: "Noi francescani siamo i facchini della Chiesa, e spesso sacrifichiamo la contemplazione -un lusso dello spirito- alla fatica per il Regno di Dio". Con tutta la sua vita fece guerra all'esteriorità pietistica, usando l'arma che riteneva più efficace: compenetrazione, o meglio osmosi, fra preghiera ed azione. Con Padre Gemelli il lavoro diventa cantico e battaglia.
Ad un giovane che, sul finire del corso di Esercizi spirituali, gli domandò quale mortificazione dovesse imporsi, rispose rapido e fermo: "Niente: la vita!". Ad una ragazza che gli chiedeva la parola d'ordine per l'anno incipiente, rispose brusco: "Faccia il suo dovere". L'altra che si aspettava qualcosa di più, mormorò con falsa modestia: "Mi pare di farlo". E lui ancora più brusco: "Lo faccia meglio".
Seppur era esigentissimo e brusco con i colleghi, i professori e il personale, altrettanto aveva una preoccupazione costante: "Soffriva per quelli lontani dalla fede e vicini alla fine. Per questo, quando sapeva qualcuno di loro in pericolo, abbandonava qualunque altro lavoro e correva subito per poter dire una parola… Lo studioso non soverchiava mai il sacerdote". (C. Colombo)
La sua attenzione e carità verso le persone erano infinite. I rapporti epistolari dimostravano questo: rispondeva immediatamente a tutti, amici ed estranei, noti ed ignoti, ed erano centinaia di persone che gli scrivevano, chiedendogli le cose più disparate: dall'informazione scientifica all'indirizzo di un pensionato per il figlio studente; dalla diagnosi a distanza su un referto medico alla raccomandazione per vincere un concorso e trovare lavoro; dal parere sacerdotale su un caso di coscienza al consiglio per la scelta vocazionale di vita. Rispondeva subito con poche parole, ma essenziali. Rispondeva immediatamente agli studenti, anche per cose da nulla. Non era spiegabile tale lavoro, in più, se non per la sua sensibilità all'amicizia, per il suo genio e per l'amore di Dio che trasmetteva sempre.
Gemelli aveva, inoltre, relazioni epistolari con decine e decine di criminali. Nel suo studio in rettorato aveva strani oggetti, in particolare custodiva con affetto e gelosia due cose: un coccodrillo inciso senza troppa arte in un corno, da un giovane carcerato ammalato di tisi e una collezione di povere scatolette contenenti ciascuna un aggeggio di carta, dono di uno squilibrato, che aveva creduto di aver inventato un mezzo potente di cura per diverse malattie. A Gemelli sembrava un dovere non mortificare, nemmeno in spirito, il dono con il quale due infelici avevano voluto dimostrargli la loro riconoscenza e nell'offrirglieli si erano sentiti meno inutili e meno disprezzati.
La sua vita interiore era francescanamente cristocentrica. Tra i misteri di Cristo prediligeva la Passione. Di san Francesco amava lo stigmatizzato della Verna, e difese sempre l'autenticità delle sue stigmate, lui che dubitava delle stigmate di tutti gli altri santi, con uno scetticismo da psichiatra eterodosso.
Gemelli, anche quando era gagliardo da sfidare il vento, iniziava le sue giornate fissando gli occhi sul Crocifisso, per imprimersi nel cuore quel modello, ed a sera si specchiava nella croce per vedere se l'aveva copiata, inchiodando la sua volontà alla volontà di Dio.
Al fine della sua vita, Gemelli crocifisso dai suoi mali aspettò sorella morte con quella immobilità serena che non pareva agonia, ma una rivelazione della conquistata bellezza interiore. Il suo spirito, sempre proteso all'avvenire, era già sull'altra sponda, dove s. Francesco lo aspettava.
Da M. STICCO, Padre Gemelli, appunti per una biografia di un uomo difficile, O.R., Milano1974.
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