La vocazione nasce da un sentimento d'amore profondo verso il Signore Gesù che spinge a seguirlo. La prima mossa dello Spirito Santo nel cuore dell'uomo ha bisogno di un tempo di maturazione e di discernimento: così è stato per Pietro Turati.
Il Signore aveva messo nel suo cuore il desiderio d'essere francescano e l'amore per l'evangelizzazione missionaria...
Le sue tappe formative dal Collegio serafico missionario di Saiano, al Noviziato e allo studio della Teologia a Busto Arsizio sono segnate da prove quotidiane al lavoro e dalla fatica dello studio. I suoi formatori scrivevano: "Il giovane Turati è buono, ubbidiente e umile"..."ha carattere fermo, docile verso i superiori, caritatevole verso i compagni, diligente nel lavoro".
Tutto questo tempo è, altrettanto, animato nel cuore del giovane frate dalla passione per la missione della Somalia. Lui ne parla ai superiori durante la quinta ginnasio e il tempo del noviziato finché il 13 febbraio 1947 si decide a scrivere una lunga lettera al Ministro provinciale: "...Di questa mia vocazione missionaria (per la quale soltanto sono entrato in religione) ne avevo già parlato al M. reverendo Padre Arcangelo Galli durante l'anno di quinta ginnasio e del noviziato"..."Dopo molto tempo e dopo aver molto pregato e chiesto consiglio ai padri confessori e direttori spirituali credo giunto il tempo opportuno per inoltrare una esplicita e formale domanda di andare in Somalia...faccio subito questa petizione, perché non vorrei che per mia negligenza fosse ritardata la mia partenza e quindi di non aver compiuto quel bene che avrei potuto fare in quella nostra cara Missione somala così duramente provata e così bisognosa di zelanti missionari"..."Non sono molto intelligente, è vero, e questo è il mio dubbio più forte; ma credo di avere ciò che san Francesco raccomandava nella santa Regola: avere cioè lo spirito del Signore e la sua santa operazione ed a pregarlo sempre con purità di cuore. La chiesa, ma soprattutto l'Eucarestia, forma l'unico oggetto del mio amore e la mia preferita dimora anche notturna, se mi fosse permesso. Intanto cerco di diffondere tra i compagni la bella abitudine di fare una visita al Santissimo Sacramento tra un'ora di scuola e l'altra e già parecchi vi aderiscono...la fatica diurna e notturna non mi spaventa. Il Signore mi diede la grazia di saper lavorare e molto volentieri lavoro facendo meglio che posso quello che so e posso fare, non guardando alla qualità del lavoro. Con lo stesso entusiasmo servo all'altare e, se il paragone è lecito, lavo le stoviglie, i piatti. Qualsiasi lavoro mi attenda in Missione lo eseguirò con gioia, sicuro di poter salvare le anime"..."Tutti i giorni, anzi più volte al giorno, da molti anni...recito l'oremus per la propagazione della fede e altre preghiere simili, perché tutte le pecorelle erranti ritornino a Cristo unico vero Pastore. Prego pure in modo particolare per il nostro carissimo Vescovo mons. Filippini. Un'attrattiva particolare mi lega a lui e questo fin dall'agosto del 1933 quando ebbi occasione di vederlo per la prima volta a Paitone. Da allora il mio amore per le Missioni si sviluppò sempre più. La devozione particolare che sento verso la Mamma Celeste mi sembra la garanzia più sicura della mia vocazione missionaria"..."Proprio questa sera in coro, mentre andavo pensando alla mia vocazione missionaria, mi colpirono in modo speciale...quelle parole del salmo maledicti qui declinant a mandatis tuis. Quindi, pensai, se io mi ritiro da questo comando di Dio che mi vuole missionario, sarei maledetto? No! Non sia mai! Padre, nelle sue mani è la vocazione missionaria. Solo quello che lei disporrà quella sarà la vera volontà di Dio".
Leggendo questa lettera, si ha la sensazione di trovarci davanti ad un'anima illuminata da Dio con doni particolari d'ispirazione vocazionale che diventano gioia e tormento dello spirito.
Nel maggio del 1948 fra Pietro rompe gli indugi e stende una domanda formale: "Molto Reverendo Padre Provinciale, essendo prossimo il giorno della mia Ordinazione sacerdotale e quindi quello anche quello di un orientamento più decisivo per il mio apostolato di domani, credo opportuno rinnovare ancora la domanda di andare in Missione, preferibilmente in Somalia, domanda già inoltrata in iscritto nel febbraio dello scorso anno 1947. Per grazia di Dio conservo ancora la medesima anzi cresciuta attrattiva per le Missioni, consapevole del sacrificio che mi attende e pronto per lavorare in qualsiasi campo piacerà al Signore di collocarmi mediante le disposizioni dei Superiori. Sicuro che vorrà tenere presente questo mio desiderio, da lunghi anni coltivato, prometto costante ricordo di Lei nelle mie preghiere e chiedo la sua paterna benedizione".
Il 21 agosto dello stesso anno arrivò a Mogadiscio e fu calorosamente accolto dai confratelli e dal Vescovo Mons. Filippini.
La Vocazione Missionaria
Niente boscaglia, niente lebbrosi da curare, niente orfani da crescere, niente infedeli da convertire...Il novello missionario fu nominato segretario del Vescovo per espletare tutte le pratiche burocratiche della missione che allora era in forte ripresa organizzativa con la fondazione di nuove stazioni missionarie e il potenziamento di quelle già esistenti: scuole, collegi, pensionati. (In quel tempo la Somalia, per mandato dell'ONU, era sotto l'amministrazione fiduciaria italiana).
Dietro la scrivania resistette qualche anno per la stima e la venerazione verso Mons. Filippini, ma nel marzo del 1951 diede le dimissioni. Padre Pietro fu nominato responsabile della Missione di Merka (città molto attiva nel commercio) dove esisteva un collegio per orfanelle, si occupava dell'assistenza spirituale degli italiani e aiutava la popolazione locale.
L'anno seguente venne trasferito nella stazione missionaria di Brava dove esisteva un piccolo collegio di bambini meticci abbandonati dai genitori (Il caso dei meticci fu una dolente e tragica piaga che non fa onore alla presenza italiana in terra somala). Padre Pietro si prodigò per ingrandire la struttura della missione e non smise di occuparsi della povera gente.
Negli anni successivi a Baidoa, Moofi, Ng'ambo, Beled Weyn e nel Collegio maschile "Nuova Somalia" di Mogadiscio, padre Pietro spese le sue energie per l'educazione dei bambini e dei giovani, per l'assistenza ai poveri e la cura spirituale delle suore e degli italiani... Come vero figlio di san Francesco non voleva trattenere nulla per sé, neanche la sua salute fisica che andava deteriorandosi per la malaria e una grave malattia agli occhi, ma tutto sacrificava per portare l'esempio di una vita umile a servizio del prossimo e del Signore Gesù Cristo. La superiora delle suore della Consolata ricordando P. Pietro al Ministro provinciale scriveva: "...P. Pietro era un vero francescano perché di soldi tanti ne riceveva e altrettanti ne donava. Per sé non teneva niente, la sua gioia era nel dare."
Nel tempo della dura prova per la Missione somala, Padre Pietro nel 1973 si trasferì nella stazione missionaria di Gelib e settimanalmente si recava a Kisimayo per la cura dei bambini dell'orfanotrofio e dei lebbrosi.
La Vocazione al Martirio
P. Pietro, dopo le sanguinose vicende del 1990 che colpirono la capitale ed il paese, rimase assolutamente solo con gli orfani ricoverati nell'edificio dell'ex Missione. L'8 febbraio del 1991 un gruppo di operai pakistani, che lavoravano nella zona di Gelib, rifugiatisi a Nairobi portano la notizia che il missionario era stato ucciso a pugnalate e sepolto nel cortile dell'abitazione.
Altre notizie sulla sua sorte sono confuse e frammentate, ma non hanno importanza perché resta limpido il valore del sacrificio cruento di Padre Pietro accettato per rimanere fedele alla propria missione.
Una testimonianza della sua morte la descrive così: "…arrivati i soldati dell'United Somali Congress dell'attuale governo e volendo saccheggiare la chiesa Padre Pietro pare abbia detto: "Prendete tutto ma rispettate la chiesa perché è casa di Dio" e si è messo davanti alla porta con le braccia aperte ed in quel momento gli hanno sparato. Un testimone ha raccontato che è stato in agonia per sei ore e prima di morire abbia detto: "Dì a Padre Giorgio che Padre Pietro è morto". Tutti concordano nel dire che è stato sepolto nella missione per ordine del santone e che è stato sepolto con il suo vestito di lavoro tutto macchiato di sangue. Questo ha molto impressionato i somali, perché essi, per poco che abbiano, hanno sempre un lenzuolo bianco e nuovo per la sepoltura. Così vivono e muoiono i santi".
P. Pietro, poche settimane prima aveva sepolto un cristiano con la propria cassa e con la liturgia orante della Chiesa, adesso è lui sepolto nella spoliazione totale e assoluta. Privato della sepoltura cristiana è fatto degno di ricevere da Dio il dono del funerale musulmano. Ma attraverso il canto coranico della pietà islamica, adesso P. Pietro - come S. Francesco, nudo sulla nuda terra - può veramente alzare la voce nel grido: "con la mia voce grido al Signore, con la mia voce supplico il Signore".
Note storiche
Riassumiamo brevemente la situazione politica - amministrativa che cambiò la vita della missione: